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Domenica 4 settembre 2016 sono stato arrestato dalla polizia a Most e poi portato in custodia cautelare nel carcere di Litomerice. Purtroppo è successo quello che non volevo, ma sapevo da sempre che questo poteva accadere in ogni momento. Per fortuna mi ero mentalmente preparato ad una tale situazione, così ho potuto affrontare con calma questo tipo di realtà sgradevole, alla quale io sono esposto e, sembra, le persone a me vicine.

Sono stato catturato da coloro che difendono il dominio del capitale sulle nostre vite. Tuttavia, questo non cambia nulla nella mia volontà di proseguire lungo il sentiero che ho scelto. Continuerò a distruggere e a creare. A combattere e ad amare. Rimango anarchico con tutto ciò che appartiene a questo. Ho deciso per adesso di scrivere alcuni paragrafi sulla mia detenzione. Sicuramente presto esprimerò la mia opinione su altre questioni che ritengo importanti.

Prima dell’arresto

Non è un segreto che in un certo momento ho deciso di “scomparire”, allarmato che la polizia stava progettando il mio arresto. Ho espresso le mie motivazioni nel testo Disappearing the State Control, pubblicato su vari siti del movimento anarchico. La scelta che feci mi permise di vivere nascosto e abbastanza contento per mesi. Mi spostavo liberamente e mangiavo bene. Il mondo intero divenne per me la mia casa, e fui capace di trovare isole per una vita culturale e sociale. A causa del sostegno emotivo e materiale ebbi abbastanza energia per continuare a lottare per l’emancipazione. Conoscevo i rischi collegati a questo, ma non ho mai pensato di porre fine a questo e non ci penso neanche adesso. Liberarsi dalla dittatura dello Stato e del capitalismo è un obiettivo così attraente che è impossibile per me distogliere l’attenzione da esso. Anche col fatto che il potere mi sta minacciando con il dito, il bastone o il carcere... Essere anarchico per me significa comprendere tali minacce come una conseguenza inevitabile del mio desiderio espresso per la libertà. Questo è collegato alla vita quotidiana dei ribelli. Un fatto che non ho potuto evitare, ma posso sfidarlo. Quello che sto facendo e continuerò a fare.

Le circostanze del mio arresto

La polizia mi ha arrestato a Most, una piccola città in cui sono nato e vissuto per tanto tempo. Parte della mia famiglia e molti amici vivono là. A Most gestivo con altre persone il centro sociale “Ateneo”, dove abbiamo organizzato una lunga serie di iniziative legate al movimento anarchico. In breve, in questa città sono una persona abbastanza conosciuta, sia dagli abitanti che dalla polizia e burocrati.

Per alcune persone sarà stata un’espressione di “stupidità” il fatto che avevo deciso di tornare in questa città, dove contemporaneamente ero oggetto di un mandato d’arresto europeo. Anche se le persone a me più vicine pensassero così, non li darei colpa. Perché guardano alla questione da una posizione diversa dalla mia. Quindi, capisco che alcune persone non comprendono le idee e le azioni di uno che vive in clandestinità da tempo. La vita della persona in fuga è legata alla separazione dalle persone che lui/lei ama e che in precedenza sono state in stretto e frequente contatto. Si tratta di una delle cose più difficili che una persona in una situazione del genere deve affrontare. Raccolta di fondi, cibo, rifugio o sicurezza sono in confronto compiti relativamente semplici. Esistono due modi per affrontare una tale separazione. O la si accetta passivamente, il che significa esporsi anche ad una sofferente e infinita frustrazione. O si cerca di superare la separazione attraverso contatti occasionali, i quali ovviamente aumentano di molto il rischio di essere catturati dalla polizia. Io ho scelto “istintivamente” la seconda opzione. Sapevo cosa stavo rischiando e cosa potevo perdere. Ma, sapevo anche che in isolamento potevo perdere qualcosa di molto importante per me – i contatti con le persone che voglio bene e che mi vogliono bene. Per questo motivo avevo deciso di tornare a Most, conoscendo i rischi.

Tutto poteva andare liscio e presto mi sarei spostato in un luogo più sicuro, non era un compito difficile e mi ero attentamente preparato. Ma come tutti sicuramente sanno, nelle nostre vite certe volte appaiono degli avvenimenti inaspettati, che non possono né essere previsti né invertiti. In questi casi non ci aiuta né la preparazione né la volontà o le capacità. Siamo trascinati dagli eventi senza essere in grado di prevenirli o cambiarli. Questo è esattamente quello che è successo nel mio caso. Di conseguenza, oltre a non riuscire a mettermi in contatto, sono stato anche arrestato. Non spiegherò adesso perché e come è successo. Forse lo farò nel futuro.

La decisione della polizia

Poco dopo l’arresto mi è stata presentata una decisione per avviare un procedimento penale. Durante tutto il procedimento ho deciso di esercitare il diritto di rimanere in silenzio. Sul caso sta indagando il dipartimento di polizia per la Lotta contro la criminalità organizzata (ÚOOZ). Mi accusano di aver fondato, sostenuto e promosso un movimento volto a sopprimere i diritti umani e le libertà. Secondo ÚOOZ sono stato io a fondare La Rete di Cellule Rivoluzionarie (SRB), a partecipare ad alcune attività delle SRB, a scrivere alcuni comunicati delle SRB per poi pubblicarli sul sito “Asociace Alerta”. Inoltre, sostengono che ho commesso 4 volte il reato di violazione della proprietà, danneggiando la proprietà di un altra persona. Per due volte nel corso di un attacco incendiario ad una macchina di polizia. Una volta durante un attacco incendiario ad una porta del negozio. E una volta facendo la scritta sul muro del carcere di Praga, Ruzyne. Infine, ÚOOZ mi accusa anche di aver ricattato il proprietario del ristorante “Řízkárna”.

Ho studiato con attenzione tutte le accuse per scoprire su quali basi ÚOOZ pensa che io ho commesso questi atti. Sinceramente, questo mi ha davvero calmato, perché quelle “prove” sono un miscuglio di speculazioni e di valutazioni delle “tracce”, che in realtà non dimostrano nessun mio coinvolgimento in questi atti.

Difesa

Come è noto non ho simpatie per il sistema giudiziario. Lo considero parte degli strumenti repressivi del capitalismo, a quale mi oppongo. Tuttavia, ho deciso di provare a difendermi in tribunale, date le deboli “prove” che ÚOOZ presenta contro di me. Mi rendo conto che questa scelta significa combattere sul territorio nemico con risorse limitate. Questa è il motivo per cui non ho aspettative esagerate o illusioni che il tribunale potrebbe essere un’istituzione indipendente che potrebbe essere utilizzato nella lotta per l’emancipazione.

Mi difenderò in aula, ma ancora sostengo che la lotta anarchica deve basarsi principalmente sulla logica sovversiva dell’azione diretta, piuttosto che appoggiarsi su strumenti istituzionali dello Stato e forme indirette (rappresentate mediate) di azione. Da quello che ho detto e fatto per anni è chiaro che tipo di lotta preferisco. Continuerò ad agire in base a ciò, e chiedo la stessa cosa a persone solidali con me.

Ancora armato e pericoloso

Durante il mio periodo di clandestinità la polizia e i media mi hanno descritto come pericoloso e armato. Ho confermato questo in un testo “Lukáš Borl v hledáčku Policie” (Lukas Borl nel mirino della polizia). Dopo l’arresto la polizia mi ha sequestrato lo spray al peperoncino, il tirapugni e una pistola a gas con due caricatori e 23 proiettili (questo tipo di armi in Repubblica Ceca si vende legalmente senza il porto d’armi). Adesso mi tengono in carcere. Io sostengo il fatto che sono ancora armato e pericoloso. Pericoloso (per il capitalismo) perché anche dietro le sbarre mi rifiuto di adattarmi alle condizioni di sfruttamento e incoraggio gli altri a ribellarsi a ciò. Sono ancora armato a causa della mia volontà di essere solidale. Fino ad adesso non sono stati in grado di sottrarmi questo e annotarlo come una questione di rilievo per il procedimento penale. Solidarietà e ribellione sono armi che ho ancora con me e sono pronto ad usarle. L’ho già fatto, lo sto facendo ora e continuerò a farlo.

Campo di battaglia

Come anarchico sono stato sempre consapevole della possibilità di essere arrestato. Ogni regime, dopo tutto, sopprime la propria opposizione in questa maniera. Ora mi trovo in custodia cautelare, ma non la considero una conclusione del percorso anarchico. Il carcere è solo una delle tante fasi che un rivoluzionario può (non necessariamente) attraversare. Non è la fine. Solo un cambiamento di circostanze e di campo, dove adesso lotterò contro gli esecutori della repressione. Mi fa piacere che posso continuare a lottare insieme ad altri anarchici. Con coloro che capiscono che l’unica via d’uscita dalla fanghiglia capitalista è la lotta collettiva.

Azioni di solidarietà

Chiunque senta il bisogno di sostenermi può scegliere il proprio modo e ritmo secondo le proprie considerazioni. Non dirò a nessuno cosa fare e come. Ma, esplicitamente non voglio vedere nessuno, senza il mio consenso, a disconoscere azioni dirette fatte a mio sostegno. Se non sono d’accordo con qualsiasi azione mi esprimerò da solo, se lo considero importante.

Un consiglio per coloro che sono incerti su che tipo d’azione sarebbe il benvenuto: trovate informazioni sul mio passato per capire che posizioni sostengo. Se questo è comprensibile a voi. Questo vi farà perdere ogni incertezza su che tipo di azione sarebbe gradita e quale no. Non c’è tempo da perdere.

Nessuna pace sociale con coloro che ci reprimono e sfruttano. La lotta continua!

Saluti anarchici dal carcere!

Il vostro fratello, amico, compagno Lukáš Borl – 11/9/2016, Litoměřice




Indirizzo:

Lukáš Borl 1.3.1982

Vazební věznice Litoměřice

Veitova 1

412 81 Litoměřice – Czech Republic