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Testo scritto da Anna e Marco circa l’andamento del processo in cui sono imputati per l’operazione Scripta Manent.


Nelle udienze di gennaio e febbraio sono continuati a scorrere i testimoni dell’accusa (in origine il PM Sparagna ne ha citati una settantina) principalmente digos torinesi, polizia, carabinieri, artificieri, testimoni, relatori della scientifica di Roma e del Ris di Parma, tutti in relazione ai reati specifici contestati. Inoltre sono stati chiamati a deporre alcuni redattori, od ex redattori, di Radio Blackout di Torino sul ricevimento di alcune rivendicazioni ed un occupante dell’Asilo in relazione ai rapporti di conoscenza e corrispondenza tenuta con gli imputati.

Nelle udienze del 7 e 8 marzo hanno fornito le loro relazioni quelli che dovrebbero essere i pilastri dell’impianto accusatorio, ovvero i prestatori dell’opera “d’ingegno” che va a puntellare il tutto: i periti grafici, l’esperto d’analisi linguistico/stilistica, ed un digossino torinese addetto a dare il quadro generale dell’accusa.
Il duo di grafologhe Rosanna Ruggeri e Paola Sangiorgi, periti/consulenti del PM ed esercitanti il mestiere privatamente, non presso Scientifica, Ris o quant’altro, ha relazionato durante l’udienza del 7 marzo, sulla perizia effettuata nel 2014 confrontando testi normografati e indirizzi vergati a mano dei plichi incendiari/esplosivi a Torino Cronaca, Coema Edilità ed all’allora sindaco Chiamparino del luglio 2006 e delle relative rivendicazioni con i campioni di mano scritture di tre degli imputati (appunti prelevati durante perquisizioni, lettere dal carcere, modulistica varia).
Il duo ha manifestato la certezza che le scritture effettuate a normografo non sono attribuibili. Per quanto riguarda i confronti sulle mano scritture ha cercato di mettere in rilievo le somiglianze o i tratti grafici peculiari tra singoli caratteri scelti tra i vari campioni di scrittura: l’esito sarebbe una probabile somiglianza con alcuni campioni di due degli imputati.
Il duo ha impiegato un paio d’ore, più che a motivare la “probabilità”, a difendere la serietà delle prestazioni offerte e del metodo utilizzato che appunto… non consente attribuzioni su base certa ma appunto ad un discorso probabilistico.
Oltre a questo la difesa, facendo riferimento alla loro ignoranza di analisi precedentemente effettuate, ha fatto notare che gli stessi reperti (le etichette manoscritte dei pacchi del 2006 e le relative rivendicazioni) sono state oggetto di perizia nel corso di indagini effettuate all’epoca dei fatti, in particolare nella relazione del Ris di Parma del luglio 2006 era stato appurato che si trattava di scritture ricavate da ricalco, quindi non attribuibili.
Il perito linguistico/stilistico consulente del PM, Michele Cortelazzo, tenutario di cattedra all’Università di Padova ha relazionato sulla perizia fatta nel 2014 in cui ha confrontato testi di articoli pubblicati da tre degli imputati e diversi testi di rivendicazioni a firma di diversi gruppi FAI. La perizia ammette che il linguaggio utilizzato fa parte dell’“universo discorsivo dei movimenti antagonisti”. Crea però degli abbinamenti fra testi degli articoli ed alcune rivendicazioni in base al metodo “qualitativo” e a quello “quantitativo”.
L’analisi quantitativa, viene spiegato, è effettuata tramite un software che crea degli abbinamenti in base a termini trovati setacciando porzioni di testo.
In particolare vengono indicati alcuni “tratti caratteristici” quali l’utilizzo di termini, non frasi, quali “palestra”, “anonimo”, dittologie (abbinamenti di due termini) contenenti “forza” e/o “gioia”, “di turno”, “più o meno” e via dicendo.
Senza ricorrere alla sinergia tra un software e un cattedratico, pare che questi termini facciano parte del linguaggio comune, non solo di movimento.

Esposte le incertezze peritali è stata la volta della lunga relazione, durata più di un’udienza e terminata il 15 marzo di quello che sembra lo scheletro dell’inchiesta. Il tuttologo della Digos torinese tal Luciano Quattrocchi ha esordito magnificando le proprie doti di investigatore su operazioni su aree non anarchiche, per poi esporre la sua personale applicazione dello schema accusatorio su suggerimento del PM Sparagna e del suo nuovo strumento d’analisi, il binomio esclusione/inclusione (si suppone dal novero dei buoni e dei cattivi…) per contestualizzare l’inserimento di frasi estrapolate da giornali, scritti, commenti e documenti pubblicati negli ultimi 20 anni, discussioni e conoscenze dirette fra compagni, eventi repressivi passati (vengono in questo caso ripresi integralmente, senza spostare una virgola, intercettazioni ambientali, ricostruzione indagine sui fatti del quartiere Crocetta, a Torino, archiviate nel 2009) ed indagini riaperte ad hoc.
Sotto la lente degli indagatori passa un po’ di tutto: da Emile Henry a Horst Fantazzini e Baleno, dai documenti di Azione Rivoluzionaria per cui uno degli attuali imputati è stato processato più di trenta anni fa e su cui altri imputati stavano preparando una memoria storica (parte di un libro più ampio sulle pratiche di lotta anarchica, negli scorsi anni) a quelli inerenti al dibattito durante il processo Marini (un documento letto in tribunale, in gabbia, per la morte di Baleno nel 1998, discussioni sulla necessità di dare voce alle varie posizioni su metodi organizzativi, comunicati dal carcere).
E’ passato poi all’analisi di CroceNera, vecchia e nuova, fino ad arrivare agli articoli pubblicati sull’ultimo numero, proprio su Scripta Manent e l’analisi della corrispondenza, sotto censura, degli arrestati.

Con l’udienza del 12 aprile, su richiesta dell’accusa, è stata assegnata ad una perita la traduzione dallo spagnolo della vecchia corrispondenza finita agli atti, di alcuni imputati. Si è poi passati al contro-esame del digossino torinese da parte della difesa.
Nel corso del contro-esame uno dei compagni imputati è intervenuto ripercorrendo il proprio vissuto dal dicembre ‘69, all’esperienza in Azione Rivoluzionaria, alla latitanza, il carcere, fino ad oggi. Nelle prossime udienze del 18 aprile e 3 maggio, dovrebbero comparire i Ros di Perugia e di Napoli per riferire sulle rispettive indagini, poi confluite in questo procedimento: le cosiddette operazioni Ardire, Evoluzione I e II.