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qualche morso contro l’addomesticamento delle montagne (attorno al 19 agosto)

Se amiamo gli spazi di montagna, è per la loro vastità. Le loro forme caotiche, la loro potenza che rivela le forze differenti che le hanno forgiate. Le montagne rappresentano l’immaginario di selvaggio e di intensità, una sensazione rara e preziosa di sfuggire per un breve istante ad un mondo soffocante, artificiale, sotto controllo.

Le montagne ci arricchiscono per la sfida che rappresentano, per l’ostilità delle loro pendici ripide, per l’inaccessibilità originaria delle loro cime. Perché non offrono conforto, tracce, cammini tracciati, e perché obbligano chi vuole percorrerle a deviazioni, a mettersi in discussione, obbligano alla volontà, a rischiare, ma anche all’umiltà e alla pazienza.

Perché esiste un piccolo assaggio di imprevedibile, perché non esiste una linea dritta, una logica di profitto. Perché sono ancora un rifugio per molte specie viventi, perché non si adattano ad un mondo iper-veloce, di produttività, profitto e controllo. Ci piace che esse siano, se non un ostacolo, allora almeno un freno alla marcia di questo mondo. Che gli architetti non sappiano costruirvi città, che i loro rilievi blocchino le onde, qui i loro crepacci intrappolino gli escursionisti troppo abituati all’affidabilità dell’asfalto.

Quindi, chiaro, ci sono strade e tunnel. Le seggiovie e le piste attrezzate. Ci sono la segnaletica, sentieri ben tenuti, i rifugi confortevoli, i dati GPS. Antenne, piloni, cavi di alta tensione, pascoli riservati al bestiame, cave e miniere, foreste disboscate, l’agricoltura che arriva sempre più in alto. Evidentemente, la volontà di controllo e di profitto della specie umana non si ferma alle pianure e alle colline. E’ da molto tempo che queste montagne sono state studiate, mappate, colonizzate, rese sicure e redditizie. Che vi si gioca con gli esseri viventi come con playmobil, che i cattivi capitalisti si impegnano a cancellare tutto, mentre i buoni ecologisti si battono per la creazione di più spazi naturali e per una migliore gestione degli spazi selvaggi.

Tutto questo non ci interessa. Ogni traccia che la società civilizzata lascia sulle montagne ci incollerisce un po’ di più. Volgiamo distruggere tutto ciò che cerca di controllarle, ma non perché vogliamo sacralizzare questi spazi, ma perché il processo civilizzatore qui è avanzato meno che altrove. Non rimane più nulla da queste parti che ricordi le pianure selvagge, mentre il caos continua a persistere nelle montagne. Insorgiamo contro l’idea che le vuole trasformare nell’esclusiva per gli appetiti voraci della specie umana. Allora attacchiamo ciò che controlla e trae profitto da questi spazi.

Si tratta di una lotta contro la civiltà e la domesticazione nel suo insieme. I nostri gesti sono, e molto probabilmente rimarranno per sempre insignificanti, in confronto al potere del processo che vogliamo attaccare. Però, non è la prospettiva di una vittoria che ci anima, è solo il desiderio che questo mondo non vinca mai la battaglia che conduce contro di noi. Contro tutti e tutto, ci affidiamo ai nostri istinti che ci spingono a fuggire da ciò che è mortifero e distruttivo. Non riusciremo mai a finire, e di questo siamo pienamente consapevoli, ma ciononostante vogliamo attaccare senza tregua. Per noi, per i nostri complici, per le nostre compagne, che conosciamo o meno.

Perché questa civiltà non riesca mai ad addomesticarci completamente, perché brucia sempre, un po’, questa fiamma di volontà di vivere selvaggi, che pare essersi spenta in tante persone.

Se ci dicono che ciò che facciamo è in vano, che non cambieremo nulla con degli attacchi sporadici, noi rispondiamo che non ci interessa questa dialettica tra vincitori e perdenti in una ipotetica guerra sociale, o un’analisi economica dei nostri gesti, perché le troviamo troppo rigide e moralizzanti. Perché vogliamo agire senza attendere che altri facciano lo stesso, perché siamo innanzitutto impazienti, e poi perché partiamo dal presupposto che in fondo non vogliamo la stessa cosa. Non vogliamo che i nostri atti siano condizionati da una speranza di cambiamento, perché lo riteniamo illusorio. Non vogliamo che sia questo a darci energia, ma bensì una volontà inarrestabile di riappropriarci delle nostre vite nel presente. Vogliamo essere forti e fiere, e nell’attacco troviamo modi di ottenere energia, nei processi di preparazione possiamo anche mettere in questione i nostri rapporti, per distruggere le nostre costruzioni sociali, i nostri riflessi di sottomissione davanti a persone e istituzioni ritenute più forti, e i nostri riflessi di dominazione verso i presunti più deboli.

Con gioia e per l’attacco.

Rivendichiamo fieramente questo:

— Una scritta su un cartello anti-lupi e pro-allevamento (viva i branchi morte all’allevamento si poteva leggere sul cartello dopo il nostro passaggio). Anche se in questo caso reintrodotto dagli umani, vogliamo che gli animali selvaggi possano vivere senza restrizioni, se l’idea che i lupi mangiano pecore non piace, basta non fornirli un’enorme dispensa con l’allevamento.

— Un attacco ad un macchinario per il disboscamento (che abbiamo dovuto rendere inutilizzabile senza fuoco, malgrado la nostra piromania compulsiva, per evitare un incendio della foresta) con l’aiuto di tenaglie (per cavi e tubi), cacciavite (per i pneumatici), chiave e martello (per accedere a diversi serbatoi che abbiamo riempito di terra). Non sappiamo come descrivere questa emozione che ci stringe la gola alla vista di tutti questi cadaveri di alberi, queste foreste devastate, di questi macchinari che rendono proficuo questo massacro... solo che questa nostra tristezza si trasforma velocemente in aggressività.

— Un attacco incendiario al nodo di comunicazione sul Monte Aigoual (mecca turistica delle Cévennes [catena montuosa della Francia meridionale, ndt]). Dopo tentativi infruttuosi di forzare le porte con piedi di porco, siamo finalmente riusciti a tagliare le sbarre di una finestra e trovare lo spazio necessario tra queste per rompere i vetri e versare 10 litri di benzina nel locale. Anche se abbiamo visto le fiamme innalzarsi turbinanti nella notte stellata, i danni non sono stati all’altezza delle nostre aspettative. Volevamo distruggere questa zona turistica nauseabonda, e questa istallazione che partecipa al controllo dell’umano sul mondo.

I guasti alla rete telefonica comportano, si dice, la messa in pericolo della vita umana. Ci sembra importante rimarcare che non glorifichiamo la vita in sé, come non vogliamo proteggerla a tutti i costi. Preferiamo evitare di nuocere fisicamente alle persone che non abbiamo chiaramente individuato come nemici. Ma la questione che si pone è questa: ogni persona che fa girare questo modo, consciamente o per la propria inerzia, non rappresenta in parte un nostro nemico? Il modo più sicuro di non nuocere alle persone è di restarsene a casa (se ne abbiamo una) e attendere che tutto si sistemi anestetizzandosi con le sbronze e le sostanze, le elezioni e le piccole gioie di una vita normata. Infatti, accendere fuochi o attaccare la routine di questa vita è pericoloso. Ed è anche per questo che ci piace così tanto.

Avremmo voluto parlare di questi incontri casuali, con il mondo animale che ci ispira, con lo sguardo di un cinghiale o di una volpe, con le stelle che splendono, tante sono e tanta è l’illuminazione artificiale che ci priva di esse per la maggior parte di tempo. Parlare di nostri cuori che battono così forte, dopo una lunga camminata, eccitati dall’avvicinarsi al bersaglio, del vento così potente che fai fatica a mantenere l’equilibrio. Della fiducia e della complicità tra di noi, nei nostri sguardi, nei nostri sorrisi, nelle nostra paure, nelle nostre divagazioni. Ma è difficile esprimere con parole delle cose così intense, particolari, rubate, caotiche.

Constatiamo con piacere che anche altri aspirano a distruggere con passione e follia la società iper-civilizzata, e a trovar piacere e affermazione di sé nell’attacco. Il nostro pensiero va a tutti gli incendiari e altri sabotatori le cui parole ci parlano e nelle quali ci riconosciamo spesso. Immaginiamo i loro sorrisi nella notte, e a loro inviamo i nostri. Quindi, un barbecue in più. Inutile dire che non vogliamo entrare in alcuna competizione, gli atti di rivolta egoista sono belli, come la volontà di superare le proprie paure i propri limiti, la voglia di mettersi in gioco in parole e negli atti, e non rimanere nelle zone di sicurezza. E’ il coraggio che noi vogliamo salutare, l’audacia, l’impertinenza e non solo la quantità di danno inflitto. Ci interessa di più la mano che realizza l’atto e le intenzioni espresse, che l’atto in sé.

Parlando di coloro che si mettono in gioco, e che hanno coraggio, vogliamo salutare due persone ancora in carcere per il caso della macchina degli sbirri, che nonostante i mesi trascorsi in galera mantengono posizioni ferme davanti alla giustizia. Pensiamo sinceramente a voi, nella speranza che queste parole vi raggiungano e parlino. Kara, ti inviamo un ululato alla luna e qualche frammento di stelle...

Il processo per questo caso avrà luogo dal 19 a 22, a Parigi. Proponiamo ai gruppi e alle individualità in rivolta di utilizzare queste date per alimentare il fuoco e gli attacchi contro le forze di polizia, che le fiamme si propaghino dalle montagne fino ai tribunali parigini!

Un pensiero per gli individualisti italiani che subiscono la repressione a Firenze.

Bombe per i fascisti, mutilazioni per gli sbirri.

Sempre all’erta,

Qualche amareggiata che ha saputo meravigliarsi

fleurquipousse [fiorechecresce]


(tradotto da guerresociale & anarhija.info)