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Raccontare quello che è successo, affinché non resti lettera morta.

Tutti i giorni bruciano delle macchine. Mica per niente, forse. Cosa rappresenta questa gabbia di metallo per ciascuno/a di noi? Che cos’è per davvero? Distruggerla non significa forse darle di nuovo il suo valore iniziale?

Abbiamo acceso un fuoco sotto lo pneumatico avanti sinistro di un furgone della JCDecaux [grande impresa francese specializzata nella pubblicità esterna e nel mobilio urbano, presente fra l’altro anche in Italia ; NdT], la notte fra il 4 e il 5 settembre. Dopo una quindicina di minuti, da lontano, abbiamo sentito il primo pneumatico scoppiare.

Quante persone che se ne erano accorte si sono date la briga di telefonare ad una qualsiasi istituizione? Quante hanno preferito ammirare lo spettacolo di questo falò pubblicitario? Non lo sapremo mai.

Attaccare della macchine non cambierà la faccia del mondo. Magari cambierà le nostre vite.

Non dimentichiamo l’attacco contro le altre forme di potere. In particolare quelle di cui siamo le/gli attrici/ori quotidianamente. Forse è più impegnativo attaccare i nostri determinismi che del materiale… anche se bruciare quel furgone serigrafato ci è piaciuto. E’ uno dei rari momenti di disobbedianza che possiamo permetterci. E la constatazione della nostra obbedianza quotidiana è amara.

E’ stato talmante semplice. Perché lasciar stare tutto quel materiale che rappresenta e facilita le oppressioni che ci vengono imposte? Se soltanto tutto ciò potesse sparire così rapidamente, a colpi di benzina e di accendino!

Contro tutte le forme di potere, in particolare quelle che sono impresse dentro di noi.

Un pensiero a tutte le carcasse calcinate.
Un abbraccio ai/le nostri/e complici, conosciuti/e o sconosciuti/e, rinchiusi/e o fuori.
All’attacco!

Accendini/e


(tradotto da guerresociale)