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Già dai primi minuti dopo un’attacco repressivo da parte dello Stato e chi in tutela di esso, come la magistratura, denuncia, indaga e arresta chi potrebbe essere una probabile “nocività” per la salute dello Stato stesso, è usuale sentire i soliti piagnistei.

Sempre la solita minestra riscaldata, congelata, scongelata e riscaldata di nuovo.

C’è chi sente il bisogno di prendere subito le distanze da chi è stato colpito dalla repressione, e di solito lo fanno quelle persone che la magistratura forse non conosce nemmeno (o volgarmente detto “non se li incula nemmeno di striscio…”) perché il massimo in cui si spendono è la puntuale dissociazione. Come un qualunque “cittadino” fedele allo Stato questa feccia che si definisce “anarchica” crede ai giornali, ai pm e agli sbirri che disegnano schemini, creano scenari e indicano gli autori del “male”, sente immediatamente la “necessità” di precisare cosa vuol dire “anarchia” aggiungendo qualche puntino sulle “i”. C’è anche, però, chi ha lo stesso atteggiamento e non si spende nemmeno a scrivere, per avere sempre una squallida e lurida via di fuga, ma lo fa attraverso la calunnia alle spalle, l’inciucio.

C’è chi butta giù righe di lacrime evocando la caccia alle streghe e alle montature, c’è chi scrive con toni solidali e complici per poi scomparire due secondi dopo aver inviato il “telegramma di cordoglio”, c’è chi utilizza termini forti… e poi?

“Solidarietà” non significa “cordoglio”, come si dice da sempre non è una parola scritta.

Solidarietà è aprire gli occhi al mattino e pensare che nella tua vita quotidiana ti manca qualcosa, ti manca un pezzo, ti mancano alcuni amici, fratelli, sorelle e compagni soprattutto. E ti mancano non perché sono lontani, ma perché un uomo di merda a corto di lavoro decide da un giorno all’altro di mettersi a “libro paga dello Stato” e te li rinchiude nei lager di nuova generazione .

Solidarietà significa pensare quotidianamente ai compagni detenuti e non fargli mancare niente, dall’appoggio alle lettere, ai francobolli, ai benefit che servono per sostenerli economicamente in carcere e nelle spese di difesa, al rompere quell’isolamento che mura di cemento armato, sbarre, blindi e cani da guardia tentano di imporre su di loro quotidianamente.

Solidarietà significa questo e anche altro ancora…

Sparire dopo aver spedito un telegramma, buttare giù due righe tanto per mettersi la coscienza apposto per poi sparire sono gesti di carità cristiana; è come dire la preghiera per il malato o mettere le monete nella cesta delle offerte.

Queste mie parole non sono dirette ad alcun movimento (che non si muove), ad alcun gruppo o “setta”, ma ad ogni individuo che le legge.

Sicuramente, e parlo sempre per me stesso, ha fatto piacere leggere tanti scritti in solidarietà da parte di molti anarchici in tutta Italia, soprattutto da parte di chi la stessa digos e magistratura non se lo aspettava, all’indomani degli ultimi arresti di compagni per l’operazione “Scripta Manent”.

Il pezzente Sparagna e la sua banda di scagnozzi digossini torinesi(in particolar modo) non saranno stati per niente contenti dopo aver passato tantissime notti a preparare e disegnare gli schemini sui vari gruppi affini e le divisioni anarchiche. Il boccone gli si è bloccato in gola immediatamente.

La teoria dell’anarchico “buono” e l’anarchico “cattivo” per questa volta non è passata.

Ma non bisogna dormire sugli allori, non bisogna assolutamente dargli il tempo di bere un bicchiere d’acqua per deglutire il boccone ma bisogna battere il ferro finché è caldo… bisogna dare continuità a quelle parole di solidarietà in cui ci si è spesi sin dall’inizio.

Se non ci sarà quella continuità sarà solo l’ennesimo film sbirresco visto e rivisto mille volte e con il solito finale… ”the happy end” per loro, per i nemici.

Che ciascun individuo inizi a camminare con i suoi piedi, a parlare con le sue parole, ad agire con le proprie mani.

Sognare un’insurrezione oggi vuol dire prendersi per il culo, ma pensare di fargliela pagare per ogni secondo della nostra vita incatenata, di rovinare la vita anche ai nemici non fa parte dei sogni ma della nostra determinazione e a quanto siamo disposti a non accettare questo putrido esistente che ci impongono quotidianamente.

Per le nostre idee rischiamo il carcere in ogni istante, sia che ci si limita a fare i topi da biblioteca sia che si stà altrove a fare altro. Molto spesso è vero che siamo vittime di montature giudiziarie, ma è pur vero che chi finisce nelle grinfie dello Stato sono sempre e solo quei compagni che camminano a testa alta.

A finire sotto gli artigli di un magistrato sono quei compagni che hanno sempre pensato che l’azione diretta violenta sia il mezzo più efficace per farla pagare a lor signori. La magistratura continuamente tende a ribadire la pericolosità della stessa “azione diretta”. Trasforma, attraverso i peli attaccati ai suoi coglioni (i giornalisti), l’azione diretta violenta in atti terroristici.

Terrorizza la plebe accusando i compagni che sostengono l’azione diretta violenta per tentata strage.

La verità è che l’azione diretta violenta è sÌ terrorismo, ma non verso la plebe, ma verso a chi ha reso gli individui “plebe”.

L’azione diretta violenta terrorizza lo Stato, la magistratura, la sbirraglia, i politici, le banche, le multinazionali…

L’azione diretta violenta terrorizza unicamente chi ha deciso, e lo impone quotidianamente con carcere, guerre, leggi e il capitalismo, di rendere l’esistenza di ogni singolo individuo sulla faccia della terra un inferno.

Allora ogni anarchico che si definisce tale ha solo un modo per evitare che passino le teorie di terrorismo di Stato, e questo lo può fare appoggiando quotidianamente e sostenendo i compagni arrestati perché accusati di aver praticato l’azione diretta violenta, ma lo deve fare soprattutto appoggiando l’azione diretta violenta stessa.

Loro ci arresteranno domani…

Tu che farai stanotte?…

RadioAzione, novembre 2016