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(tratto da: Lucioles, bulletin anarchiste de Paris et sa région, n. 15, février 2014)


Gli “abusi” della polizia… gli sbirri che taglieggiano, insultano, picchiano, mutilano, stuprano, assassinano… I servitori dello Stato ne parlano come se si trattasse di episodi rari ed isolati, conseguenze di circostanze sfortunate o, nel peggiore dei casi, dovuti a qualche “mela marcia”. Ciò significa dire che, nel loro insieme, le forze dell’ordine sarebbero dei prodi cavalieri al servizio del bene. E ad ogni modo, il loro lavoro sarebbe indispensabile per la società… Eppure, basta aprire un po’ gli occhi per accorgersi che la violenza è l’essenza stessa del potere. Una violenza spesso nascosta o considerata “normale”, come se sfruttare, aggredire, rinchiudere, assassinare qualcuno possa essere normale.

Troppo spesso, di fronte alle violenze degli sbirri, le vittime e/o i loro cari condannano il comportamento poliziesco soltanto per quanto riguarda il caso specifico che li vede coinvolti. L’esistenza dell’istituzione poliziesca e del potere che essa serve non sono quasi mai rimessi in questione. La polizia ha ammazzato Tizio? I suoi cari sporgono denuncia, fanno delle marce silenziose, soffocano la propria collera e cercano di calmare la rabbia di quelli e quelle che gridano vendetta. Denunciano le derive razziste, fasciste, antidemocratiche di alcune parti delle forze dell’ordine. Fanno appello alla legge, quella legge che esiste proprio per difendere il dominio e lo sfruttamento.

Quante volte sentiamo chiedere “verità e giustizia”? Verità: che il comportamento “criminale” di qualche sbirro venga riconosciuto (e quindi il comportamento “corretto” ristabilito). Giustizia: che i responsabili vengano puniti (in modo che il sistema resti lo stesso). E a chi vengono chieste? Alla Giustizia, quella dei tribunali, ma sicuro! Quella Giustizia per la quale gli sbirri lavorano e che non esisterebbe senza polizia. Quale verità e quale giustizia, quindi? Quelle che la Giustizia, strumento del potere politico, economico e morale, vorrà accordarci. Tutto ciò significa avallare il potere ed i suoi servitori. Si tratta di un circolo vizioso da cui non si ha più la possibilità di uscire.

Il potere può a volte trovare utile castigare (quasi sempre in modo simbolico, ma non è questo il problema) un comportamento dei suoi scagnozzi che viene percepito come eccessivo. Siamo in democrazia, non dimentichiamolo! E le “lamentele” dei sudditi, se rimettono in causa solo alcuni dettagli del sistema, non il suo complesso, gli sono utili. Il potere può correggere le proprie lacune ed i propri eccessi, dando allo stesso tempo l’impressione di essere all’ascolto dei propri sudditi. Ciò lo rende più forte: elimina delle frizioni all’interno del suo funzionamento.

Finché ci sarà la polizia, ci saranno delle violenze poliziesche, per errore oppure di proposito, quando il potere decide di fare ricorso a quella forza che di solito tiene da parte. Ma in situazioni ordinarie, le forze dell’ordine sono ben più efficaci se appaiono attente ai diritti dei cittadini. La favola della democrazia e dei diritti umani può continuare…

Chi crede allo sbirro gentile? È sempre uno sbirro e fa il proprio sporco lavoro meglio (con meno resistenze e frizioni) dello sbirro brutale. Ma immaginiamo per un attimo che sia possibile una polizia perfettamente “gentile”, “democratica” e rispettosa dei nostri supposti “diritti”. Cosa significherebbe? Che, dall’altra parte, la popolazione sarebbe “gentile” pure lei. Un potere che si copre della maschera della democrazia, questa colossale menzogna, avrebbe tutto il suo interesse in una polizia che non facesse quasi più, o più del tutto, uso della forza. Ciò significherebbe che dall’altra parte ci sarebbero dei sudditi che obbediscono senza sgarrare. Il buon cane da pastore è mansueto perché le pecore sono obbedienti… Volere una polizia che faccia “bene” il proprio lavoro significa quindi augurarsi la propria sottomissione più completa. Non ci sarebbe più bisogno del manganello, perché ciascuno e ciascuna avrebbe già uno sbirro, il più potente di tutti, nella propria testa.

Il problema fondamentale è altrove che nella violenza puntuale delle guardie. Esso sta nell’esistenza stessa della polizia, nell’esistenza stessa dello Stato che essa serve, nell’esistenza stessa di una società fondata sull’autorità e la servitù. È per questo che non vogliamo nessuna polizia, nemmeno la più democratica, soprattutto la più democratica. Non solo perché gli sbirri sono degli assassini. Ma perché il sistema che difendono ed impongono, il mondo che ha bisogno della polizia, è esso stesso, sempre, mortifero. Perché non vogliamo più alcuna autorità. Perché vogliamo essere liberi.

E come funzionerebbe, la società, senza polizia? Questa società qui forse non funzionerebbe, o difficilmente, senza di essa. Ma, lo abbiamo già detto, il problema di fondo è appunto questo mondo. Ed il desiderio di libertà porta con sé i semi di una altro mondo, che germoglierà sulle rovine di questo.