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In un momento fra il 28 e il 29 agosto, ho spaccato la vetrina del consolato onorario di Grecia, in rue Léon Jost, e scritto con un pennarello “Stop legge e ordine a Exarcheia”.

Questo è un atto non-violento.

I suoi detrattori lo designeranno come violento, come fanno sempre i dominanti che vogliono essere i soli giudice del grado della violenza. Mentre l’operazione “Legge e ordine”, con la complicità dei fascisti di Golden Dawn, trasferisce in centri di ritenzione delle esuli che vivevano libere, non sarebbe nient’altro che un’operazione per riportare l’ordine, che l’applicazione di leggi promulgate democraticamente. Violenta, certo, perché per un bambino a cui si sottrae il tetto sulla testa, da cui si allontanano i visi che lo facevo sorridere, che si separa dai giocattoli che lo meravigliavano e di cui si ricorderà per tutta la vita, è violenza quello che gli viene fatto. Ma dato che il monopolio della violenza legittima è accordato allo Stato, i complici del potere non utilizzeranno mai questo termine per designare quello che l’Autorità fa per sacrificare la libertà. Perché secondo questi complici, la violenza è o popolare ed illegittima, oppure poliziesca e legittima. Mai popolare e legittima, insieme.

Questa non era nient’altro che una vetrina.

Ho deciso di spaccare questa vetrina per mostrare che essa non protegge un’entità invulnerabile. Non potendo battermi direttamente contro le forze che vogliono distruggere quello che si vive nel quartiere di Exarcheia, lo faccio dove abito, là dove posso colpire una delle estremità di un tentacolo di questo governo greco, con lo scopo di farlo indietreggiare, per riflesso, per paura, per istinto di sopravvivenza. Se vogliamo abolire il potere, le forme di vita come quelle sperimentate a Exarcheia devono essere difese con l’azione diretta.

Considero la difesa di Exarcheia come un mezzo e come un fine. Un fine perché si tratta di individui che vi vengono cacciati, espulsi, atomizzati, a cui si ingiunge d’obbedire, a cui si nega ogni dignità. Un mezzo, perché Exarcheia è uno degli esempi che mi permettono d’immaginare un mondo senza Autorità, solidale, aperto e critico di sé stesso e degli altri. E ho avuto bisogno di altri immaginari per uscire dalla rassegnazione che l’Autorità ha voluto impormi per tutta la mia vita.

E se questo non sarà bastato, ritornerò. Oppure, un’altra ritornerà. Perché questo era solo un avvertimento. E potrebbe capitare che, quella volta, non potendo ottenere quello che voglio con una metodologia non-violenta, non possa immaginare altro che un metodo violento, di fronte alla violenza impiegata dall’Autorità, che si manifesta qui nel governo greco.

Un lupo


(tradotto da guerresociale)