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[Aggiornato il 25 luglio 2019]


In sostanza molte cose sono rimaste invariate rispetto alle richieste dei pm, alcune pene si sono addirittura inasprite.

Queste le differenze/considerazioni sostanziali così a colpo d’occhio:
Non è passata la qualificazione del reato di capodanno come tentato omicidio, ma è stato declassato a lesioni gravissime; questo però non ha determinato una grossa differenza nella pena rispetto alle richieste. E’ passata tuttavia la micidialità dell’ordigno. Giova, Ghespe e Paska sono stati condannati per capodanno, mentre Nicola è stato assolto da quella accusa.

E’ passata l’associazione a delinquere, ma 6 (su 15) degli “associati” ne sono stati assolti. Sono state confermate come “cape” dell’associazione Filomena e Carlotta, mentre non è stata accolta l’accusa per Giova di essere diventato il nuovo “capo” dopo l’arresto delle due in seguito alla prima ondata di misure cautelari.

Lo specifico del presidio a Sollicciano ha visto l’assoluzione in blocco di tutti gli imputati, probabilmente perché, a differenza di quello del 25 aprile, l’accusa non è riuscita a muovere alcuna particolare attribuzione di responsabilità rispetto a chi l’avesse organizzato.

Come si vede infatti dalle condanne per il banchetto di sant’ambrogio, ad essere condannate per manifestazione non autorizzata sono le due persone che hanno parlato al megafono; per il 25 aprile, le due persone che sono state intercettate mentre parlavano di un intervento da fare durante il presidio.

Le altre assoluzioni (Ichem, Giova per rapina, Laura per l’assalto al Brgello e le seconde scritte di marzo) riguardano persone che non erano state riconosciute a processo dai testimoni o dalle telecamere di sorveglianza.

Per quanto riguarda le condanne, agli associati son stati dati come minimo 2 anni.
Sembrerebbe che siano andati giù particolarmente duri, spesso al di sopra delle aspettative dei pm, per i reati legati ai fatti del Melograno.

Fondamentalmente è passato il concetto di concorso, cosa che finora difficilmente era successa. Nel caso del Melograno, infatti, sono stati condannati duramente i compagni che sono stati identificati come presenti quella notte perché comparivano nel video della digos, anche senza che venisse loro attribuita una qualche condotta specifica di lesione o uso di oggetti nei confronti delle guardie. Idem per capodanno, l’accusa non ha esplicitamente assegnato un ruolo agli accusati, né ha ricostruito la dinamica dell’attentato, si è accontentata semplicemente di evidenziare quelli che secondo i pm erano degli incontri preparatori (una cena al Panico e una gita in montagna) che necessariamente dovevano essere tali perché avvenuti quel dicembre e perché non intercettati, e quindi avvolti nel mistero. Quindi si può supporre che anche per il reato più grave abbia prevalso il concetto di concorso.

Credo che ciò che riassume meglio la fine di questo processo sono le due conclusioni delle repliche. Il pm ha affermato infatti qual è il succo del discorso accusatorio: e loro non interessa spiegare tutto, quel che conta è che ciò che hanno in mano è abbastanza. La difesa ha replicato che in realtà non funziona proprio così, e che l’accusa dovrebbe dimostrare di avere delle prove che accertino le responsabilità individuali in modo inequivocabile, non l’“abbastanza”. Infine la difesa ha sintetizzato così: l’accusa principale che sta venendo mossa agli anarchici fiorentini (e non) è quella di non essersi mai dissociati dai fatti sotto processo.

Io condivido quest’analisi, penso che le condanne e la conferma dell’associazione a delinquere vadano in questa direzione, e credo che debbano servire da spunto di riflessione per tutti i compagni perché indicativi in qualche modo di come i tempi stiano cambiando. Non sembra più necessario quindi che l’accusa debba dimostrare la colpevolezza degli imputati per dei fatti specifici, “quel che basta” è che essi facciano parte di un gruppo di persone che condivide un’idea che si pone in contrapposizione all’autorità e all’oppressione (sia essa sbirresca, fascista o altro), e che si rivendica una pratica che non conosce i limiti della legalità e della nonviolenza imposti dal regime democratico. Un gruppo di compagni che proprio perché condivide questi come altri aspetti teorici e pratici, oltre ai legami affettivi consolidati negli anni, davanti agli attacchi del nemico si difende reciprocamente e porta solidarietà a chi viene colpito, e davanti alle sue domande e alle sue accuse semplicemente tace. Ciò che ora è diventato “abbastanza” è, in sintesi, la complicità.

Un po’ di stupore l’ha destato anche la richiesta di un ulteriore anno e mezzo di libertà vigilata al termine della pena per quasi tutti gli “associati”. Chi conosce i tribunali meglio di me sostiene che queste misure quasi mai vengono comminate in primo grado, è casomai il pm a farne richiesta, come misura di sicurezza, ad un altro tribunale col passare del tempo. Anche qui, bisognerà vedere come verrà motivata, però anche così, da ignorante in materia, mi sembra che questo sia in linea con il concetto di pericolosità sociale che sta passando sempre più con forza negli ultimi anni e la cui espressione più evidente sono il moltiplicarsi di misure di prevenzione. In altri termini, torna col discorso di non aver più bisogno di prove (che spesso non hanno) per punire dei fatti compiuti, in quanto basta punire le persone portatrici di quelle idee che li rendono possibili.

In ogni caso prima dell’uscita delle motivazioni non si saprà con certezza cosa è passato e cosa no. Penso sia scontato però che il DNA sia stato pienamente accettato come prova incriminante per Ghespe, e che difficilmente poteva andare peggio di così. D’altronde, la sensazione era che questa sentenza fosse già scritta da tempo.


Ghespe 9 anni
Giova 9 anni, 10 mesi e 15 giorni
Paska 9 anni e 10 mesi
Per tutti gli altri e le altre, le condanne vanno da un mese a 6 anni.

Il termine per il deposito delle motivazioni è di 90 giorni.
Le pene custodiali sono sospese eccetto Paska Ghespe e Giova che sono già ai domiciliari.