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Il 21 giugno l’ultima persona incarcerata per il caso di quai de Valmy è comparsa davanti al giudice dell’applicazione delle pene (JAP) [magistrato di sorveglianza, ndt.] per una domanda di riduzione della pena.

Questa persona è detenuta da quasi un anno e mezzo e la data prevista per la scarcerazione è febbraio 2019. L’udienza si è svolta 9 mesi dopo che è stata presentata la domanda, nonostante il termine di 4 mesi previsti dalla legge. L’amministrazione penitenziaria e il p.m. hanno espresso un parere sfavorevole alla sua liberazione, argomentato dal suo ostinato silenzio sui fatti. Il JAP decide di deliberale l’11 luglio.

A quanto pare non era sufficiente portare la decisione con tre settimane di ritardo, tre settimane di attese e speranze. L’11 luglio silenzio radio da parte del JAP, e il 12 si apprende che la deliberazione è stata rimandata “all’inizio della settimana prossima”. Questi contrattempi costanti, siano essi pensati o semplicemente dovuti alla negligenza di coloro che detengono la libertà altrui nelle proprie mani, logorano i nervi dei detenuti e dei loro cari. Essi conducono all’impotenza generata dalla situazione di trovarsi intrappolati nella macchina carceraria. Quando pensiamo che molti dei detenuti non conoscono affatto le leggi, non hanno nessuno, alcuni non conoscono neanche il francese, possiamo immaginarci che in tanti si ritrovano completamente alla mercé dell’arbitrio penitenziario. Abbiamo già visto persone rimanere dentro anche se erano soggette al rilascio da vari giorni, senza la possibilità di comprendere cosa stava succedendo.

Se l’AP e lo Stato cercano di spezzare i detenuti e i loro cari con tali piccole e grandi misure arbitrarie e vessatorie, diventiamo bastoni tra le ruote di questo sistema fin troppo ben oliato.

Ogni giorno trascorso in carcere è un giorno di troppo!
Distruggiamo tutte le prigioni!

Aggiornamento, 17 luglio. Il giudice di applicazione delle pene ha respinto la domanda.